Veglia di Pentecoste – Cronaca

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Gesù ci dice: “Io mando te!”

6 giugno, Santuario del Divino Amore: nel cuore ancora l’eco delle due indimenticabili giornate della scorsa Convocazione nazionale, mentre si dà inizio alla Veglia di Pentecoste con il canto dell’Alleluja che ha accompagnato la presenza di Papa Francesco e i tanti momenti di grazia vissuti allo Stadio Olimpico l’1 e 2 giugno scorsi.

Vogliamo rinascere dal’Alto!

«Abbiamo fame e sete dello Spirito Santo e siamo venuti a chiederlo», con queste parole don Patrizio Di Pinto, coordinatore del RnS Lazio, accoglie i numerosi intervenuti alla Veglia, prima di lasciare l’animazione della preghiera a Maura Cattani, membro di CRS, e a un gioioso gruppo di giovani RnS che offrono il loro generoso servizio in diversi ministeri regionali. «Vogliamo essere quelli che adorano in Spirito e verità», proclamano nella lode festosa. E in questo giorno nuovo per tutta la Chiesa, perché il Re della gloria effonde il suo Spirito e rinnova ogni cuore, ogni vita, s’invoca fin da subito lo Spirito Santo. «Vogliamo rinascere dall’Alto»: è la richiesta dell’assemblea. E la risposta di Gesù, nella proclamazione della Parola, arriva diretta a tutti e al cuore di ciascuno: «Gli rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito”» (Gv 3, 5-8). Si chiede a Gesù di prendere possesso delle facoltà umane perché lavi quello che è carne, cioè peccato, e puntuale la Parola risponde ancora: «Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l’aurora. Verrà a noi come la pioggia di autunno, come la pioggia di primavera, che feconda la terra» (Os 6, 3). L’assemblea invoca quest’acqua che: «vogliamo ricevere – annunciano gli animatori della preghiera – come fosse quella del costato di Gesù. Vogliamo essere aspersi da quest’acqua che opererà in misura della nostra fede». Il colloquio così intimo e diretto che si è stabilito tra lo Spirito e i presenti in questo straordinario momento di preghiera viene sigillato dalla forte promessa di Dio: «In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità» (Zc 13, 1).

Don Patrizio passa ora in mezzo all’assemblea e l’asperge con l’acqua benedetta. L’assemblea non può che rispondere con il suo “sì” allo Spirito, a quello che da lui viene, e il “no” a quello che viene dalla carne, al peccato.

 Gettare scompiglio nel mondo

«Quanto ha bisogno il mondo del Divino Amore che è la Pentecoste! Questo Amore Divino ci fa uscire, ci fa capire la nostra missione nel mondo». Queste parole, con cui Mons. Matteo Zuppi ha introdotto la celebrazione eucaristica, sono state anche il motivo dominante dell’omelia, tenuta da don Patrizio Di Pinto: «Il dono dello Spirito Santo non è da custodire come in uno scrigno, ma è un dono che ci spinge alla missione, che ci costringe a essere Chiesa in uscita missionaria».

Don Patrizio ripercorre gli eventi della Pentecoste, quando le porte del Cenacolo vengono spalancate: non ci sono più porte, non ci sono più muri! La comunità apostolica non ha più paura, esce allo scoperto. Questo stesso atteggiamento si attende oggi il Signore da noi: essere segno di una vita nuova, capace di mettere in discussione ogni indifferenza e di gettare scompiglio nel mondo: «Se non ci facciamo largo a colpi di provocazioni evangeliche, come possiamo pretendere di disturbare l’uomo di oggi? Siamo chiamati a dare fastidio al mondo! La Chiesa non può e non deve avere paura di disturbare la quiete altrui, se veramente ha accolto lo Spirito Santo». Così don Patrizio provoca l’assemblea. Poi riprende il brano di Vangelo proclamato nella Liturgia: Gesù dà a Pietro l’incarico di pascere le sue pecore, dopo avergli chiesto: «Mi ami tu?», una domanda che rivolge anche a ciascuno di noi. «Solo se amiamo il Maestro avremo la capacità di gridare al mondo che il Signore è il Vivente, è in mezzo a noi, è l’unico nome nel quale possiamo essere salvati».

L’omelia si conclude con una preghiera. È la stessa preghiera, lungamente ripetuta durante la Veglia, che nella notte di Pentecoste risuona in tutto il mondo: «Invochiamo con forza lo Spirito di Dio su di noi, perché siamo investiti della potenza dello Spirito Santo, che ci manda a incendiare il mondo. Amen, Alleluia!».

 Alla presenza viva di Gesù

Come Mosé davanti al Roveto ardente, così il Rinnovamento del Lazio, a conclusione della S. Messa, si mette alla presenza adorante di Gesù Eucaristia perché da lui convocato per essere mandato ad annunciarlo nel mondo. E davanti a questo Roveto proprio come Mosè «vogliamo togliere i nostri calzari – esorta il Coordinatore regionale -, quelli della superficialità, dell’orgoglio, delle paure. Svuotarci di ogni cosa». Tutta l’assemblea prega affinché il Signore aumenti la fede di ciascuno perché da questo Cenacolo si possa uscire in missione per portare la Buona notizia al mondo. Questo è il tempo del coraggio. «Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve lo annunzierà» (GV 16, 13-14).

Don Patrizio invita i Coordinatori diocesani, i Coordinatori dei gruppi e i membri dei Pastorali ad avvicinarsi all’altare per lasciarsi “guardare” da Gesù che sta chiedendo a ciascuno: «Mi ami tu?», proprio come fece con Pietro. Per lasciarsi da Lui amare e benedire. Per ricevere da lui il mandato, sentirsi toccare le labbra dal carbone ardente, come accadde a Isaia, e portare l’abbondante grazia ricevuta in tutti i gruppi della regione.

Elena Dreoni e Donatella Magri

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